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Elogio al golf di ieri

Il golf di "ieri".

C’era una volta il golf. Un altro golf. C’erano una volta camicie bianche che elegantemente si allungavano nascondendosi sotto pantaloni blu di lana, legni di legno, roba tosta da giocare, credetemi. Ferri uno, ferri due non mancavano mai nelle sacche dei buoni giocatori portate da persone giovani o meno giovani che nella vita facevano i caddy. Niente di improvvisato, un mestiere come un altro solo che anziché andare a lavorare in un ufficio pubblico mettendo timbri su timbri portavano l’attrezzatura di gente benestante, con passione e professionalità. C’erano una volta i gentiluomini. Me li  immagino i golfisti di una volta: uomini che andavano orgogliosi di giocare a golf, di essere golfisti dentro e fuori i field, uomini che concepivano questa loro passione come appartenenza a uno status. 

Elogio al golf di ieri
il golf di "oggi".

Mi immagino l’Inghilterra e la Scozia, i campi da golf come fossero istituzioni, luoghi di cultura e fascino, luoghi di classe e denaro. Piccoli parlamenti riservati a pochi eletti dove non leggi o decreti venivano emanati ma regole non scritte di etichetta e di correttezza. E poi mi immagino il vento, tanto vento e il fumo di una pipa di qualche vecchio saggio concentrato nello scrutare le pendenze di un green. Ho nostalgia e un po’ di rabbia nel fare un confronto con il golf di oggi e con quello che è rimasto del golf di ieri. Campi nuovi, tanta gente che comincia a praticare questo sport, il golf alle olimpiadi, il golf che va di moda perché è moda. Perfetti nella loro eleganza i golfisti di oggi: cominci ad adocchiarli da un po’ di distanza perché le magliette di oggi fanno a gara per produrle il più colorate possibile, con il maggior numero di stemmi e simboli possibile.

Scarpe con centomila tonalità di colori, i chiodi li puoi trovare duri, un po’ più morbidi, morbidi, semplici complessi, di plastica, di ferro. Oggi fare una lezione di golf è peggio di andare al cinema: telecamere dietro, di fronte, davanti, di lato con la possibilità di tracciare linee per verificar se il piano dello swing è al di sotto o al di sopra del piano corretto. L’ipotesi intermedia non è nemmeno contemplata. E poi ancora si osserva lo swing del protagonista del docu-film alla ricerca del minimo particolare e dell’errore introvabile. Ma li vedete i giocatori di oggi: tutti con lo swing uguale, con le stesse routine, un appiattimento completo di tutti i talenti alla ricerca del colpo perfetto, alto, lungo e possibilmente con un po’ di draw. Dove sono finiti quei colpi schiacciati, bassi in fade, quei colpi impossibili di cui il grande Severiano Ballesteros è stato l’ultimo Maestro?

E poi l’attrezzatura, nuova e lucida anche nelle sacche dei neofiti, bastoni costosissimi che poveri loro in che mani sono finiti. Si è perso il gusto (perverso) di riporre il bastone con un po’ di terriccio nella sacca, la soddisfazione di raccogliere con le proprie mani il proprio pitchmark sul green. Si è perso il divertimento di vedere in ogni grande giocatore il suo swing genuino ereditario e naturale, la sua personalità che come tale è unica e per quanto affine sempre diversa dalle altre. Si è perso l’orgoglio di essere golfisti giorno e notte, sul campo come sul tavolo del proprio ufficio. Vorrei un golf più antico, più alle origine che non si arrende al mercato e alla globalizzazione, ai soldi facili. Un golf praticato da gente che va fiera di essere golfista e che non si vergogna  di quello che fa. Anzi, di quello che è.

Valentino Rossi

"Si, è vero, andavo bene a scuola. Certo, facevo bene un sacco di altre cose. Ma io volevo correre. Forte, fortissimo. Con la moto. E l'ho fatto. Pensa se non ci avessi provato". Valentino Rossi

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